Camminiamo insieme come comunità di Quaderni
Camminiamo insieme come comunità di Quaderni
30 giugno 2015
9 maggio 2015
“WORSHIP” - ADORAZIONE CANTATA: UNA NUOVA MODALITÀ DI PREGHIERA
Venerdì 1° maggio abbiamo
organizzato nella nostra Chiesa un’adorazione cantata o worship, in cui si
usano la musica ed il canto per creare un momento di lode ed invocazione, nata
nel mondo protestante ma da alcuni anni si è diffusa anche nelle nostre
comunità.
Alcuni nostri giovani
partecipando alle varie proposte diocesane ne avevano fatto esperienza ed
entusiasti ci hanno chiesto di proporla anche nella nostra parrocchia.
L’accompagnamento
musicale è stato organizzato con un gruppo di ragazzi di Belfiore e dintorni
che da anni animano questo tipo di preghiera.
Mi ha molto colpito
la serietà e l’entusiasmo che questi ragazzi, dai 20 ai 14 anni, hanno messo
nell’organizzare tutto, arrivando prestissimo nel pomeriggio, scaricando luci e
strumenti, provando i canti, consapevoli e convinti di creare qualcosa di bello
per stare insieme a Dio e tra noi.
La grande
disponibilità di don Riccardo nel concedere un po’ di “rivoluzione” in chiesa,
di Andrea e Federico nel trovare e montare pannello e proiettore, dei
catechisti ed animatori nel preparare avvisi e lumicini hanno permesso che
anche a Quaderni potessimo vivere questa esperienza.
La sera, man mano che
arrivavano le persone, ricevevano un lumicino spento su cui scrivere il proprio
nome e poi prendevano posto, nella chiesa buia, con illuminato solo l’altare,
per mettere al centro anche visivo del nostro incontraci Gesù, presente
nell’Eucaristia esposta.
Iniziano i canti e
anche se non li conosco si seguono facilmente, scorrendo il testo proiettato
dietro l’altare, anche perché hanno ritornelli che si ripetono spesso per
sottolineare ogni volta un sentimento, un’emozione diversa.
Don Emanuele in un
breve intervento ci ricorda la nostra missione di essere cristiani, come
abbiamo ricevuto gratuitamente il dono della vita, segno del lumino, così
abbiamo ricevuto nel Battesimo la fiamma che ci rende capaci di una vita piena.
Chi vuole,
liberamente, dopo aver acceso il proprio lumino può portarlo davanti all’Eucaristia
come impegno del nostro seguire, affidarci a Dio.
In silenzio, pochi
alla volta, mentre continuano i canti, le persone compiono questo gesto e senti
che è un gesto significativo, importante per te, condiviso con gli altri.
Questo tipo di adorazione
mi è piaciuta e anche se per tanti di noi è stata un’esperienza nuova, ci ha
molto coinvolto, per le luci soffuse, i canti profondi, il segno, i giovani che
hanno animato dando una forte testimonianza di fede.
Molte persone hanno
condiviso una serata insieme, unendo le voci e i cuori, mettendosi in gioco,
persone di tutte le età, anche venute da altre parrocchie, uniti nella
preghiera.
Visto l’entusiasmo
suscitato cercheremo di riproporla … vi aspettiamo
alla prossima!
Carla
2 maggio 2015
RISERVATO A CHI HA UNA TREMENDA VOGLIA DI VIVERE
Lunedì 13
aprile al Centro Sociale di Quaderni si è svolto l’incontro dal titolo “Riservato a chi ha una tremenda voglia di
vivere: riflessioni ed esperienze sui ragazzi. Nuovi disagi, pericoli e
attenzioni” in cui Giovanni Mazzi, nipote del più famoso Don Antonio Mazzi
ma soprattutto educatore delle comunità Exodus, ha presentato ai numerosissimi
presenti un excursus storico su come è cambiato in 25 anni il mondo del disagio
giovanile.
25 anni fa, nelle comunità di recupero si trovavano soprattutto persone che facevano uso di droghe per uscire dal loro mondo di emarginazione. I tossici di allora erano, per la gran parte, persone con un contesto familiare estremamente problematico che ricorrevano alle droghe per uscirne, in un modo o nell’altro. Ed erano soprattutto maschi.Oggi, dove l’età in cui si manifestano i primi segni di disagio si è notevolmente abbassata e le femmine hanno quasi raggiunto questa triste parità di genere, gli educatori si trovano a dover lavorare con l’adolescente vicino di casa, che proviene da famiglie “normali” e spesso è anche molto bravo a scuola: situazione che ci rende tutti ancora più vulnerabili e in pericolo e quindi necessita maggiormente di prestare attenzione ai nostri ragazzi.Quindi, dobbiamo arrivare prima, ascoltare i ragazzi, accettarli ma soprattutto accettare noi stessi. Non siamo perfetti noi come genitori né tantomeno i nostri figli ma non dobbiamo dimenticare che spesso non sono come li avremmo voluti.A conclusione della serata, è stato letto un decalogo (tratto da L’abecedario dello sportivo - Ed. Exodus) che Don Antonio Mazzi ha scritto per i ragazzi nel quali li invita a cercare amici veri, impegnati e limpidi, ad evitare le trappole nascoste nei telefonini e pc, a confidarsi con i papà, a praticare uno sport, suonare uno strumento o fare volontariato, dare significato al divertimento, evitando sballi e trasgressioni idiote e ad essere felici di essere una minoranza perchè in fondo sono sempre state le minoranze a cambiare il mondo.La concretezza, l’umanità dell’intervento, la passione per il suo lavoro e il messaggio positivo che nonostante tutto Giovanni Mazzi cerca di trasmettere hanno conquistato l’attenzione e l’interesse dei presenti su un tema così difficile ma così vicino ad ognuno di noi.Oltre che trattare questi importanti temi, la serata ha rappresentato anche l’occasione per capire come la collaborazione trasversale tra diverse realtà associative (parrocchiale, sociale e sportiva) risulti fondamentale per consolidare la comunità creando basi solide per poter “vincere” sul disagio.
25 anni fa, nelle comunità di recupero si trovavano soprattutto persone che facevano uso di droghe per uscire dal loro mondo di emarginazione. I tossici di allora erano, per la gran parte, persone con un contesto familiare estremamente problematico che ricorrevano alle droghe per uscirne, in un modo o nell’altro. Ed erano soprattutto maschi.Oggi, dove l’età in cui si manifestano i primi segni di disagio si è notevolmente abbassata e le femmine hanno quasi raggiunto questa triste parità di genere, gli educatori si trovano a dover lavorare con l’adolescente vicino di casa, che proviene da famiglie “normali” e spesso è anche molto bravo a scuola: situazione che ci rende tutti ancora più vulnerabili e in pericolo e quindi necessita maggiormente di prestare attenzione ai nostri ragazzi.Quindi, dobbiamo arrivare prima, ascoltare i ragazzi, accettarli ma soprattutto accettare noi stessi. Non siamo perfetti noi come genitori né tantomeno i nostri figli ma non dobbiamo dimenticare che spesso non sono come li avremmo voluti.A conclusione della serata, è stato letto un decalogo (tratto da L’abecedario dello sportivo - Ed. Exodus) che Don Antonio Mazzi ha scritto per i ragazzi nel quali li invita a cercare amici veri, impegnati e limpidi, ad evitare le trappole nascoste nei telefonini e pc, a confidarsi con i papà, a praticare uno sport, suonare uno strumento o fare volontariato, dare significato al divertimento, evitando sballi e trasgressioni idiote e ad essere felici di essere una minoranza perchè in fondo sono sempre state le minoranze a cambiare il mondo.La concretezza, l’umanità dell’intervento, la passione per il suo lavoro e il messaggio positivo che nonostante tutto Giovanni Mazzi cerca di trasmettere hanno conquistato l’attenzione e l’interesse dei presenti su un tema così difficile ma così vicino ad ognuno di noi.Oltre che trattare questi importanti temi, la serata ha rappresentato anche l’occasione per capire come la collaborazione trasversale tra diverse realtà associative (parrocchiale, sociale e sportiva) risulti fondamentale per consolidare la comunità creando basi solide per poter “vincere” sul disagio.
Elisa
3 aprile 2015
“IL SINODO DELLA FAMIGLIA” STIMOLI E NOVITÀ
Giovedì 5
marzo sono iniziati i Quaresimali,
quattro incontri di riflessione, organizzati e proposti dalla Zona pastorale di
Villafranca per il tempo di Quaresima.
Possiamo dire
che abbiamo iniziato alla grande, sia per il tema proposto sia per il relatore,
il Cardinale Edoardo Menichelli,
vescovo di Ancona, partecipante al Sinodo.
Persona
semplice e diretta, ha voluto renderci partecipi dei lavori del Sinodo, darci
degli spunti di riflessione sia personale che comunitaria sul grande tema della
FAMIGLIA.
Tema delicato
ma urgente, pastoralmente inderogabile, non sempre amato perché complicato,
complesso. Nella famiglia c’è tutto: amore, lavoro, solidarietà, educazione.
Per questo è
così importante il Sinodo e tutta la consultazione che si è fatta presso tutte
le diocesi del mondo e che si continua a fare studiando e commentando la
“Relatio Synodi” finale dei vescovi, in preparazione del Sinodo 2015 che ha per
tema “La vocazione e la missione della
famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”.
Grande attenzione
quindi verso la famiglia con l’auspicio che stimoli l’impegno di tutti, sia
sociale, sia ecclesiale, sia culturale.
Il Sinodo si
pone come rimedio della comunità
ecclesiale a qualche cosa che abbiamo trascurato, tralasciato. Due sono i
sacramenti ministeriali (compiti affidati da Dio per essere al servizio della
comunità) l’ordine sacro e il matrimonio: forse non si è
valorizzato abbastanza il sacramento del matrimonio e nella vita di oggi il
progetto del matrimonio viene marginalizzato.
Tutta la
comunità è chiamata a rievangelizzare sul tema del matrimonio, farne scoprire
la bellezza, anche attraverso le molte famiglie che ne rendono testimonianza. Non
dobbiamo più pensare a una pastorale per la famiglia ma con la famiglia,
l’educazione alla fede passa attraverso la famiglia che diventa centrale e
fondamentale.
C’è stato un
mutamento culturale che ha prodotto una distorsione del progetto iniziale di
Dio, progetto a servizio dell’uomo nella sua completezza e al servizio di chi
viene dopo di noi.
Un progetto
che prevede: UN UOMO E UNA DONNA; LASCIARE il padre e la madre, non per
sradicarsi ma per trovare la propria strada; UNIRSI, non spersonalizzarsi e
nemmeno “provare”, usarsi, ma essere il giogo leggero l’uno dell’altra, “Io ti
appartengo e tu mi appartieni”, unione sponsale; VOCAZIONE, sposi chiamati da
Dio ad accogliere questo progetto e realizzarlo, chiamata e stile di vita;
SERVIZIO, alla vita, essere aperti alla vita in tutte le sue fasi, alla società
per migliorala insieme.
Dobbiamo
pregare lo Spirito Santo perché ci illumini e ci faccia capire cosa fare, come
agire, tutti insieme, tutta la Chiesa. Alcune proposte: recuperare
l’alleanza tra sacerdoti e sposi; la famiglia protagonista dell’evangelizzazione,
fatta nelle case; educare all’affettività, unione sessuale non come azione
meccanica ma cosa sacra, come tutto il corpo è sacro, amore come rispetto, non
solo emozione; attenzione premurosa alle giovani coppie, non lasciarli soli,
accoglierli, accompagnarli anche dopo il matrimonio; pastorale verso i
separati/divorziati, da seguire, ascoltare, avvicinare, perché possano non
sentire più la chiesa come nemica, ostile.
Quindi non una
chiesa silenziosa e nemmeno una chiesa guerrigliera ma una chiesa profetica,
madre, che con grande pazienza sappia spiegare, accompagnare, far scoprire
tutta la bellezza di essere famiglia fondata sul matrimonio.
Facciamo
nostro il convincimento che questo è un momento importante di partecipazione “Il Sinodo appartiene anche a me, mi
appartiene!”
Carla
Belladelli
30 marzo 2015
LA SETTIMANA SANTA CHE MI RICORDO
La settimana santa, lo sappiamo
tutti, comincia con la Domenica delle Palme. E' ed era un periodo particolarmente
significativo per tutti i cristiani, facendo memoria degli eventi legati agli
ultimi giorni di Gesù: la sua passione, morte e resurrezione. Le giornate della
Settimana Santa ancora così legate alla pietà popolare lo erano maggiormente in
passato quando la vita era meno frenetica e le tradizioni più sentite.
A chi ha qualche annetto, come
me, non dispiace ricordare quei giorni, legati anche all'avvento della
primavera e a una prodigiosa e gioiosa risurrezione della natura e delle
persone. Anche noi bambini e ragazzi cominciavamo ad uscire di casa la sera e
dar vita ai giochi di strada. Le poche automobili non erano un problema e non
interferivano, per esempio, con le epiche
gare di "scondileora".
D'altronde tutto sembrava
respirare aria nuova: in casa si facevano le grandi pulizie di Pasqua col
trambusto delle spostamento di mobili, si lavavano i pavimenti di cotto, i
vetri, le finestre, si sbattevano i materassi. In qualche caso si imbiancavano
i muri di casa e, soprattutto, le donne facevano "la lissia".
Si cominciava ad uscire la sera,
dicevo. I primi tre giorni della settimana ci si riuniva per una breve
celebrazione ai tre angoli del paese - alla Bassa, al Ghetto e alle Casenoe -
dove le famiglie avevano predisposto dei piccoli altari. "Gesù mio, con dure funi come reo chi ti
legò? Sono stato io l'ingrato, Gesù mio perdon pietà!". Ricordo che i
versi di questa canzone versi mi coinvolgevano emotivamente, chiamandomi
direttamente in causa come attore della passione di Gesù. Ero stato davvero io
l'ingrato?
Alla
memoria dell'ultima cena, della lavanda dei piedi e dell'adorazione al sepolcro
nella celebrazione del Giovedì Santo è legato il mio ricordo della legatura
delle campane e del conseguente, profondo
silenzio che ci introduceva al Venerdì Santo.
Nella mattinata si celebrava il
rito definito "mesa seca". In mancanza del suono della campane, noi
ragazzi si passava per le strade del paese con la "batarela": uno strano e primitivo attrezzo di legno adatto ad
essere impugnato, che, fatto girare , metteva in moto delle appendici di ferro,
producendo, così, il forte rumore che
avvisava la gente dell'imminente inizio della celebrazione.
Ma il mio ricordo più vivo del Venerdì
Santo va alla solenne processione che seguiva il rito della "Via Crucis".
La croce percorreva le vie del paese con tutte le finestre che esibivano
palloncini illuminati da una candela messa all'interno. In alcune corti o
vicoli, c'erano delle croci formate da file di lumini. I bottegai adornavano le
o vetrine dei negozi con i migliori prodotti: nelle macellerie, sembravano belare
gli agnelli adornati con carta colorata
e nastri.
Il Sabato santo era sentito come
giorno di estremo raccoglimento che sfociava, però, nella gioiosità pasquale,
dopo la celebrazione serale con la benedizione del fuoco e dell'acqua, quando
venivano slegate le campane.
Di quelle lontane Pasque ricordo
con piacere anche la parte culinaria. Le uova di pasqua, soprattutto: uova vere
non dolci di cioccolata, colorate nell'acqua bollente con erbe di stagione.
Ricordo il dolce tipico: la brasadela, una focaccia a forma di ciambella legato
anche a un proverbio di natura meteorologica che dice (diceva) "Se no pioe su l'olivela, pioe su la
brasadela"
A tavola, poi, si presentava il primo piatto tipico della Pasqua: le paparele, che venivano quasi osannate nel detto: "Alleluia, alleluia le paparele le se
'ngarbuia"
Alpidio
28 marzo 2015
LA LEGGE DELLO SPOGLIATOIO PER VINCERE IL RAZZISMO
Il 21 marzo si è celebrata la Giornata mondiale contro il
razzismo, indetta dalle Nazioni Unite in ricordo del massacro di Schaperville
del 1960, la giornata più sanguinosa dell'apartheid in Sudafrica. C'è però,
qualcosa che non funziona. Di manifestazioni e iniziative per celebrare la
Giornata ne sono state fatte tante in Europa e in Italia. Ma se chiedi a dieci
persone a caso, che passano per strada, se sanno che la settimana scorsa c'è
stata questa celebrazione almeno otto ti rispondono di no. Dunque la giornata
contro il razzismo non ha “bucato”, nel senso che ha raggiunto solo una quota
molto marginale della popolazione. Strano, perché se oggi c'è un tema di grande
attualità è proprio questo. Sappiamo tutti che molto del futuro dell'umanità si
gioca nella capacità di accogliere l'altro senza pregiudizi. Lo sport da questo
punto di vista rappresenta un avamposto culturale della società. Se c'è un
luogo dove il razzismo è stato sconfitto, si chiama spogliatoio. Dentro quei 20
metri quadri, con panche e docce, il colore della pelle, la religione, il Paese
di provenienza sono “dettagli” che interessano poco. Lì, in maglietta e calzoncini,
ci si sente subito tutti uguali. Pensiamo allo spogliatoio di una qualsiasi
squadretta di un oratorio. Le statistiche dicono che spesso a vestire la stessa
maglietta sono ragazzi o ragazze di Paesi, religioni, colore della pelle e
abitudini differenti. A tenerli insieme non è uno specialista in mediazione
culturale o in strategie di integrazione. È il signor Giovanni, allenatore per
passione, e infermiere nella vita. Il suo ultimo problema è il colore della
pelle o il Paese di origine dei ragazzi. A farlo diventare matto è, piuttosto,
il fatto che Jadidh non passa mai la palla, che Matteo sbaglia i gol a porta
vuota e che Karol ha un gran fisico ma in difesa è troppo incerto. Lo sport ha
davvero una forza devastante nell'abbattere barriere e distanze tra le persone
e i popoli. Non è retorica. È la verità. E questo non riguarda solo i ragazzi.
Quando vanno a mangiare la pizza, i genitori dei ragazzi di quella squadretta
si frequentano con la più grande naturalezza, si incontrano, diventano amici e
a nessuno passa per la testa che il colore della pelle o il Paese di
provenienza sia “un problema”. Insomma, lo sport (quello vissuto e praticato,
non quello urlato allo stadio) batte il razzismo 10 a 0. ecco perché vale la
pena ricordare la Giornata mondiale contro il razzismo e che siamo avamposto
nella società del nostro tempo. Ecco perché vale la pena ricordare che a volte
abbiamo già vinto anche quando non portiamo a casa i tre punti a fine partita.
- Massimo Achini da
“Avvenire”
27 marzo 2015
IN CAMMINO VERSO LA PASQUA
Ogni evento
importante ha un tempo di attesa in cui ci prepariamo, assaporando in anticipo,
quello che aspettiamo. Pure la Chiesa,
nella sua materna pedagogia, ci prepara nella Quaresima per poter celebrare il
Mistero Pasquale, attraverso le celebrazioni liturgiche e gli atti di pietà:
“vestendo il nudo, sfamando all’affamato, visitando il malato” (cfr. Mt, 25, 35
ss.), pregando e digiunando, soprattutto di opere e parole sterili o dannose
che nuocciono la nostra anima. Così, camminando verso il Golgota nella speranza
che nella Grande Veglia, madre di tutte le veglie, pure noi troveremo la tomba
vuota e l’Angelo che ci dice “non è qui,
è Risorto” (Mt 28, 6).
La Pasqua non
è soltanto una festa, è “LA FESTA” da dove scaturisce la fede
della Chiesa, fondamentata nella parola di chi lo ha visto Risorto,
tramandandola come pegno della nostra salvezza di generazione in generazione
fino alla fine dei tempi. E noi, Corpo Mistico di Cristo, morti e risorti con
Cristo nel nostro Battesimo, siamo invitati a testimoniare a chi ci chiede
ragione della nostra fede a non cercare “tra
i morti Colui che è vivo” (Lc 24,5-6).
Oggi, di
fronte a tanta incredulità e indifferenza, forse a chi non crede non li basta
la nostra testimonianza; forse anche la nostra fede è fiacca, e continuiamo a
cercalo altrove, dove non c’è. Invece, “fin
dalla creazione del mondo, le cose invisibili di Dio sono contemplate
dall'intelletto attraverso le creature” (Rm 1,20). In base a questa affermazione di San Paolo,
secondo quanto insegnano i padri della Chiesa, nella storia dell’umanità sono
avvenute due Rivelazioni da parte di Dio: una che ci è stata tramandata
direttamente dagli Apostoli e Profeti, ed è contenuta nelle Sacre Scritture;
l’altra più antica, è rivolta a tutta l’umanità, e ci parla attraverso la
natura stessa da Lui creata. Mi spiego: ci sono due libri scritti da Dio,
quello della Sua Parola, la Bibbia, e quello della Creazione; perciò sembra che
nella Pasqua anche tutto il creato dica: “non
è qui (nella tomba), è Risorto”
(Mt 28, 6).
Non a caso il
Signore ha voluto Risorgere quando la natura risorge, perché così, a dare
testimonianza della Sua Vittoria sul peccato e sulla morte siano anche le sue
creature. Se l’uomo tace di fronte a Dio, non solo “grideranno le pietre” (Lc 19, 40) ma tutta la creazione canterà che
la morte non ha vinto, che la tomba è vuota. Dalle Sue creature, chi canta la
Pasqua con più vivacità è, come lo chiamò San Francesco, “Messer lo frate sole”: allontanandosi in inverno, tutto il creato
soffre una certa morte; invece al suo ritorno, in primavera, tutto rinasce.
Vediamo pure in questo periodo come, dalla terra irrigidita dall’inverno
iniziano a spuntare germogli e come i fiumi ricevono le acque dai ghiacci
liquefatti e così tutto comincia a rivivere. In primavera si rinfranca il cuore
dell’uomo; man mano cresce la luce e spunta il verde nuovo siamo proclivi ad
essere più fiduciosi. Impariamo dunque dalla terra a rigettare l’asperità invernale
avvicinandoci a Cristo, “Sole di
Giustizia” (Mal 3, 20), predisponendo i nostri cuori ad essere irrigati e
dissetati dall’Acqua che sgorga dal fianco aperto di Cristo Risorto per
accrescere nella Fede, nella Speranza e nella Carità: “A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita” (Ap 21, 6).
Nella Notte Santa di Pasqua, rigenerati
dall’acqua, pure i nostri sensi ci aiutano a percepire la presenza di Gesù e ad
arricchire la nostra fede: dall’udito che ascolta l’Alleluia e il suono festoso
delle campane; l’incenso che ci ricorda che “noi siamo per Dio il buon odore di Cristo fra quelli che sono salvati”
(2 Cor, 2, 15); illuminati dal fuoco del Cero, simbolo di Gesù Risorto, ognuno
di noi illumina e viene illuminato dagli altri, divenendo “Luce da Luce” e come comunità “luce
del mondo” (Mt 5, 14). Sembra che in ogni cosa si ascolti Colui che crea e
redime “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21, 5).
Cristiani,
uomini e donne nuove, partecipiamo alla profezia del nuovo Tempio. “Distruggete questo tempio, e in tre giorni
lo farò risorgere” (Gv 2, 19). Abbiamo detto che siamo noi il Corpo Mistico
di Cristo, il Vero Tempio del Signore, ma non solo singolarmente, se non come
Ecclesia, come comunità giacché, come insegnano i Padri della Chiesa, “Unus Christianus, Nullus Christianus”.
Ognuno di noi viene impiegato nella costruzione del Nuovo Tempio, immagine
della comunità cristiana “come pietre
vive per la costruzione di un edificio spirituale” (1 Pe 2, 5). In base a
questa promessa ci auguriamo che la nostra comunità sia per il mondo quello che
Gesù spera di ogni comunità cristiana e chi ancora non crede possa trovarLo a
Quaderni che gli dice “Metti qui il tuo
dito…” (Gv 20, 27).
P.
Pablo Zambruno
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